Deborah Beretta è un medico, è una splendida ragazza che ogni giorno, a poco più di 40 anni, affronta la sua sfida con fiducia e con il sorriso sulle labbra. È una ragazza che regala dolcezza a chi la incontra, una persona generosa.
Questa volta lancia un appello dalla sua pagina Facebook, un messaggio sincero che le viene dal cuore, in modo puro e trasparente come è lei.
“In attesa, nell’ennesimo ufficio.
Burocrazia, carta e tante, troppe mortificazioni.
Difficile non arrabbiarsi e trovare un’altro punto di vista.
Difficile trovare un senso.
Difficile…
E allora faccio ciò che mi riesce meglio: scrivo.
Le scrivo, Signor Presidente del Consiglio, per chiederle, se è vero che lo stato non ci lascia soli, perché invece nessuno ci tutela.
Perché a volte persino gli organi competenti non sanno cosa fare, non sono informati o ci trattano come chi non ha voglia di mettersi in gioco.
Perché, non dovremmo essere noi, malati oncologici, a dover lottare per un diritto che dovrebbe essere dovuto.
Perché, se lo stato tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, veniamo licenziati per non essere in grado di poter tornare a lavorare?
Perché, se sono previsti mezzi adeguati alle esigenze di chi non può lavorare, non riusciamo a sopravvivere autonomamente con ciò che lo Stato ci eroga?
Ci sono tante domande senza risposta, Signor Presidente del Consiglio Renzi.
Ci sono tante domande che diventano un portone sbattuto in faccia, l’ennesimo schiaffo.
Avere un cancro o una malattia cronica degenerativa, è purtroppo ancora una discriminazione, all’interno di una società che non si ferma, non cammina, ma corre.
Un tempo la parola Cancro era tabù, si aveva paura non si conosceva. Oggi si parla di prevenzione e tutela, ma veniamo lasciati soli.
Perché essere malati è purtroppo un’ etichetta scomoda che ti regala tante privazioni.
Privazioni nel fisico, con le trasformazioni date dalle terapia, con la perdita dei capelli, con il gonfiore e le occhiaie, con la forza che viene meno.
Privazioni di valori che ritengo fondamentali, come la dignità di persona, di cittadino e di lavoratore.
Non possiamo scegliere di prendere un’aspirina e cominciare la giornata anche se non siamo troppo in forma.
Noi, la mattina a volte non riusciamo ad alzarci dal letto e se va bene, l’analgesico meno forte ci fa solo dormire.
Noi, abbiamo sedute in ospedale che non possiamo cancellare o spostare a nostro piacimento.
Noi, seduti su quella “poltrona”, giochiamo alla roulette russa con la vita.
Avere un cancro o una malattia cronica degenerativa, non è un mal di denti.
Non facciamo giorni di malattia per pigrizia. Non siamo contenti di stare spalmati sul divano.
Noi, ci aggrappiamo al pensiero di tornare alla nostra noiosissima routine fatta di sveglia, lavoro e tutte quelle cose per cui quasi tutti brontolano.
Noi, ci ritroviamo aggrappati a quella normalità che purtroppo il sistema ci toglie con la burocrazia, con l’emarginazione e con la possibilità di mantenere un posto di lavoro e la dignità
Perché Signor Presidente del Consiglio, noi di voglia, ne abbiamo tanta.
Forse, prima di guardare troppo lontano, prima di fare cose grandiose e che fanno scalpore, ci sarebbe bisogno di sistemare le piccole cose.
Quelle che ogni giorno, ci rendono persone dignitose: aiutare le persone reintegrarsi nel sistema, agevolandole e non emarginandole.
Quelle piccole cose che ogni giorno fanno parte anche della Sua giornata, ma che a noi vengono negate non solo dalla malattia.
Io non mi arrendo, non arretro, ma mi creda: a volte è davvero difficile avere la forza di non mollare tutto e chiudere gli occhi!!
Cordialmente.
Deborah Beretta”
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